Imprenditoria e sport: il project financing

Lo sport è parte culturalmente integrante della società e grazie anche a campagne di sensibilizzazione per la salute del cittadino ben accolte dall’utenza, vede senz’altro crescere la sua importanza anche a livello non agonistico. Che il cittadino sia spettatore o no, sicuramente è un settore in crescita al quale servono strutture adeguate e una rete di servizi che ha bisogno di essere esaminata con un’ottica decisamente più ampia.

Se parliamo di aggregazione e socializzazione perchè non pensare dunque a un evento sportivo come a un insieme di servizi offerti differenziati tra loro e che possono rendere il margine di rischio maggiormente calcolabile? Non a caso si parla di rischio, quando è necessario parlare di investimenti. Il project financing in Italia diventa legge nel 1994 e prende il nome dal suo istitutore Merloni. Prevede l’investimento di capitali da parte di imprese private qualificate laddove l’Ente Pubblico non riuscisse a coprire le spese per la realizzazione di strutture su spazi comunali. In caso d’investimento particolarmente oneroso il Comune può finanziare comunque parte del progetto, anche fino al 60% del totale. La legge Merloni è stata infatti rivista nel 1998 in legge Merloni Quater che prevede l’abolizione del limite di finanziamento pubblico a sostegno dell’impresa al 50%. Nel caso del settore sportivo, settore in cui sta operando anche il Presidente della FIIS (Federazione Italiana Imprenditori Sportivi) Cesare Pambianchi, il discorso dei finanziamenti alle imprese per la realizzazione di opere, si complica. Il CONI ha al suo interno l’Istituto per il Credito Sportivo, ma di fatto non può fornire nessun tipo di aiuto al richiedente privato, che dovrebbe escludere il fine di lucro nella realizzazione dell’opera. Appare evidente che se un’impresa si prende dei rischi e mette in gioco le proprie competenze, il suo scopo è il guadagno e che il Credito Sportivo si trova in questo caso con le mani legate. Il project financing, come ribadisce lo stesso Cesare Pambianchi, non avrebbe più alcun senso. Dall’altra il Comune potrebbe però acconsentire a fare da garante all’impresa per ottenere un finanziamento. Purtroppo è una politica poco accolta.

Tutto ciò deve anche essere contestualizzato al territorio sul quale si prevede d’intervenire e le variabili sono piuttosto numerose e solo parzialmente prevedibili nel lungo periodo. Perciò si parla di forte rischio da parte del privato che quasi sempre deve ricorrere a fonti di finanziamento con relativi interessi da coprire. Diventa perciò fondamentale l’ottica di un progetto che preveda una rete di servizi offerti da settori diversificati tra loro come base di partenza e non come conseguenza, creare una rete di sviluppo economico destinato ad espandersi e non a staticizzarsi.

Se un impianto sportivo potesse funzionare regolarmente e non solo in determinate occasioni, non solo darebbe un servizio ai cittadini, ma prevederebbe anche la creazione di servizi di ristorazione, intrattenimento, trasporti, per citare qualche esempio. In parole povere:diversificando i target si arricchisce l’utenza. Non solo, ma in caso di zone problematiche, non ultimo anche in tema di ordine pubblico, si potrebbe anche raggiungere una rivalutazione del sito in cui viene inserito. Di fatto, ristrutturare opere già esistenti e costruite con criteri ormai obsoleti non è una strada saggiamente percorribile. Quindi creare opere più attuali che possano davvero integrarsi con il contesto attuale ci porterebbe ad avere una risorsa e non il contrario.